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XXIX Mostra

Scarperia
31Maggio - 15 Settembre 2002
 Palazzo dei Vicari

FERRI PER GUARIRE

Lame e strumenti chirurgici
dall’Ospedale del Ceppo di Pistoia

di Roberto Del Buffa



Venerdì 31 maggio 2002 è ststa inaugurata la XXIX edizione della Mostra dei ferri taglienti. Il soggetto di quest'anno è costituito dai ferri chirurgici in uso negli ospedali del '700 e dell'800. I materiali sono provenienti dall'Ospedale del Ceppo di Pistoia, dal Museo di Storia della Scienza di Firenze e da privati. Si tratta di oggetti di grande interesse in quanto documentano procedure chirurgiche (alcune piuttosto raccapriccianti!) normalmente in uso presso i nostri antenati.

All'uomo contemporaneo appare naturale considerare la chirurgia come una branca della medicina che si occupa della salute del paziente, con finalità analoghe, anche se con tecniche diverse, rispetto a quelle della medicina interna. Storicamente però chirurgia e medicina hanno conosciuto momenti di totale separazione e, in particolare, per alcuni secoli, ra il basso medioevo e l'età moderna, le pratiche chirurgiche hanno subito una forte svalutazione, dovuta all'azione congiunta dei pregiudizi sociali contro il lavoro manuale e del tabù religioso nei confronti delle operazioni compiute sul corpo umano "con il ferro e con il fuoco". Solo con il Settecento e i Lumi, le diverse vicende di progresso delle tecniche operatorie e del sistema di reclutamento e di formazione dei chirurghi metteranno fine a tali pregiudizi, dando il via ad un vero e proprio processo di emancipazione culturale e sociale della chirurgia.

Nel volgere di un cinquantennio i chirurghi si libereranno della imbarazzante convivenza nella stessa arte con barbieri e flebotomi e si emanciperanno almeno in parte dalla tutela esercitata sull'esercizio della chirurgia dai medici laureati (medici fisici, secondo la dizione collegiale allora corrente). Soltanto con il secolo successivo e i grandi progressi tecnici e scientifici, la formazione dei chirurghi sarà parificata, anche formalmente, a quella medica, e i diversi insegnamenti riuniti in un'unica facoltà
universitaria, mentre la diffusione delle due maggiori innovazioni chirurgiche dell'Ottocento, l'anestesia e le pratiche antisettiche, rivoluzionerà le tecniche operatorie e la concezione stessa della chirurgia.

La mostra raccoglie strumenti chirurgici, manuali di chirurgia e altre immagini d'epoca a partire dalla seconda metà del Settecento fino a tutto l'Ottocento e permette di cogliere lo sviluppo della chirurgia nelle due fasi appena delineate di emancipazione (XVIII secolo) e di definitiva affermazione.
Essa documenta innanzitutto l'apparizione di una nuova figura di chirurgo, emersa dalle riforme settecentesche: un maestro d'arti, ancora parzialmente escluso dai titoli maggiori, ma già sensibile ai progressi delle conoscenze anatomiche e fisiologiche e aperto alla sperimentazione di nuove
tecniche operatorie o di strumenti chirurgici. Ne sono prova gli incrementi quantitativi e la diversificazione della produzione di ferri chirurgici nel periodo in esame, che è testimoniata dagli strumenti esposti. I progressi sono particolarmente sensibili nel campo delle pratiche connesse alla chirurgia militare, ma anche tecniche operatorie antichissime come la trapanazione del cranio e la litotomia ne sono sconvolte, con l'introduzione, molto ben documentata dalla mostra , di tecniche operatorie innovative e conseguentemente di nuovi ferri chirurgici. Particolare è il caso dell'ostetricia, il cui sviluppo è certo legato alla diffusione delle idee illuministiche che rimossero il pregiudizio religioso contro le donne in gravidanza e il parto e indussero la pubblica amministrazione a un intervento deciso nell'assistenza prestata alle donne in maternità. I ferri esposti documentano tale passaggio: ad in primo momento in cui i chirurghi intervenivano solo in caso di gravi complicazioni del parto corrispondono strumenti embriotomici e altri strumenti traenti per l'estrazione del feto morto, mentre alla crescita degli interventi chirurgici fa riscontro la diffusione di strumenti ostetrici da
usarsi in condizioni ordinarie, come il forcipe, il cui sviluppo, ben illustrato dalla collezione di ferri esposta, segue una evoluzione tipica del progresso e delle esperienze e delle conoscenze anatomiche. Dalla rudimentale leva di Roonhuysen si passa al forcipe di Chamberlen e a quello di Palfyn, con una seconda curvatura corrispondente a quella cefalica del feto. Per poi arrivare, attraverso varie forme di passaggio, ai forcipi di Levret e Smellie, che presentano una seconda curvatura corrispondente a quella pelvica della madre, per concludere impostando in maniera scientifica anche il problema della trazione, risolto dal forcipe di Tarnier soltanto alla fine del XIX secolo.

La mostra prosegue documentando la definitiva affermazione della chirurgia con 1e acquisizioni dell'anestesia, che permetterà di combattere il primo nemico tradizionale della pratica medica, cioè il dolore del paziente, e delle pratiche antisettiche, che si affermeranno con fatica, ma che rappresenteranno senza dubbio uno dei maggiori progressi in termini di vite umane, di tutta la storia universale. A parte alcune illustrazioni, alcune delle quali di assoluto valore storico, la nascita deill'anestesiologia e la scoperta della sepsi sono documentate indirettamente dall'evoluzione degli strumenti. Se il chirurgo può operare un paziente incosciente e senza preoccuparsi delle possibili infezioni susseguenti, la durata dell'intervento e la sua profondità si possono allargare a dismisura, permettendo lo studio di operazioni complesse e la nascita di vere e proprie specializzazioni, come la chirurgia addominale, toracica e cranica. Anche gli strumenti risentono di questo nuovo approccio, specializzandosi e rispondendo in maniera sempre più precisa alle nuove esigenze operatorie e alle conoscenze anatomiche e fisiologiche. La Mostra lontana da ogni pretesa di esaustività presenta alcuni strumenti significativi di questa fase di definitiva affermazione ella chirurgia che conclude il nostro percorso espositivo.

Lo Spedale del Ceppo e la scuola medico-chirurgica pistoiese

Fondato nel 1277, lo Spedale degli Infermi, detto di S. Maria del Ceppo, è uno dei più antichi ospedali della Toscana. La tradizione vuole che il nome sia derivato da un "ceppo" di castagno, che fu utilizzato per raccogliere i primi contributi per l'edificazione della struttura ospedaliera. Nel corso del XIV secolo l'ospedale crebbe rapidamente grazie a numerose donazioni, ma gli interessi che s'erano creati attorno al nosocomio, provocarono aspri conflitti fra i partiti cittadini al punto che, nel 1501, la Repubblica di Firenze lo pose alle dipendenze di quello fiorentino di S. Maria Nuova.



Due immagini dello Spedale del Ceppo nel XVII secolo

Nel 1778 lo Spedale del Ceppo recuperò la sua antica indipendenza e, pochi anni dopo, il granduca Pietro Leopoldo lo riunì a quello di S. Gregorio, decretando così l'atto di nascita degli Spedali Riuniti. L'ospedale disponeva inoltre di una buona Scuola Medico-chirurgica, fondata intorno al 1666. Sembra tuttavia che già nel secolo precedente fossero impartite lezioni di medicina nello Spedale del Ceppo. Nella seconda metà del XVIII secolo la scuola attraversò un buon momento, grazie anche al regolamento approvato nel 1784 da Pietro Leopoldo: "L'oggetto delle scuole dello Spedale del Ceppo sarà l'aggiungere ad un medico Clinico quelle necessarie istruzioni teoriche e pratiche, quali non può avere ordinariamente apprese in una pubblica Università, il formare intieramente un abile Chirurgo non meno che un esperto ed illuminato Speziale. Con tali vedute saranno quivi erette numero Cinque cattedre interessanti l'arte salutare, cioè la Medicina Pratica, Istituzioni Chirurgiche, Anatomia, Casi Pratici, Operazioni e Ostetricia con tutti gli annessi, comodi ed istrumenti relativi". Alla fine dei corsi, gli studenti dovevano recarsi a Firenze a sostenere un esame davanti al Collegio medico. Nel 1839, con la riforma del sistema di studi superiori, fu decretata, a causa del basso numero di studenti, la chiusura della scuola pistoiese e di quella aretina. Rimase attiva soltanto la scuola di Firenze.

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